Perché il femminismo non voterà Meloni

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Nelle ultime 48 ore abbiamo letto di tutto sul femminismo. Bisogna ringraziare due grandi donne, che, a suon di botta e risposta, stanno riportando in auge una parola dimenticata, sia a destra che a sinistra, ma soprattutto nelle case degli italiani, nei quotidiani, nei libri, nella nostra cultura estremamente patriarcale, impossibile da abbattere.

Sono sforzi, quelli della Terragni e della Aspesi, degni di nota e stima perché dietro le loro parole, c’è un obiettivo, uno sforzo immane, un grido disperato: il femminismo sta cercando una collocazione politica. Che venga poi attribuito alla Meloni, questa è senz’altro una provocazione alla quale vorrei rispondere.

La falsa illusione delle femministe che votano Meloni solo perché donna

di Natalia Aspesi 16 Agosto 2022 Evitando di confondere tutto, che di confusione sotto il cielo non tanto stellato di questo Ferragosto preelettorale ce n’è già abbastanza, procedo con ordine e lasciatemi dire chiaramente che Giorgia Meloni sta al femminismo come un pesce su una bicicletta: affannata, in bilico e fuori luogo.

L’affaire Terragni-Aspesi nasce dal nesso che collega Terragni, “milanese, anima vagante, femminista, madre, giornalista, scrittrice”, a Meloni – un’affinità forse più elettorale che elettiva, ma comunque significativa: come la leader di FdI, anche la Terragni pone la maternità al centro della stessa identità femminile come rapporto fondante dell’umanità. Questa visione quasi metafisica della madre simbolica come colonna della civiltà fa parte della storia e della cultura del femminismo italiano, ma non è né la sola voce di questo movimento né, a mio avviso, la più utile nel momento che stiamo attraversando.  E non è utile proprio perché collude con la visione tradizionale, discriminatoria ed eterosessista della destra, che, come dimostrato da Sallusti, passa rapidamente agli insulti e le minacce contro le femministe e le donne dell’opposizione.

Donne e politica, un manifesto per tutte

di Marina Terragni 18 Agosto 2022 La visione esistenzialista ed universalizzante del potere materno come forza costituente del femminismo non è di certo condivisa da tutte le femministe. Io la critico da decenni, ricordando che non esiste solo UNA differenza unica e di stampo metafisico tra uomini e donne, che colloca le donne in pole position per la liberazione dell’umanità: una visione settecentesca che non si applica al mondo d’oggi. Siamo tutti soggetti nomadi e complessi, in divenire.

Esistono molteplici differenze fra donne e Lgbtq+, che convergono su alcuni punti fondamentali di critica femminista. Primo fra tutti, che il fascismo ha fatto della madre un monumento simbolico e reale (sussidi in base al numero di figli, i premi per le famiglie numerose, ecc.).  E, secondo, che dopo Simone de Beauvoir e le sorelle Lonzi, la maternità è stata criticata duramente dal femminismo proprio come uno strumento di potere patriarcale.

Giorgia Meloni, la donna del Ventennio

di Mirella Serri 17 Agosto 2022 Molte di noi femministe, che lavorano sull’intersezionalità, la diversità all’interno della galassia complessa che sono le donne nelle loro molteplici differenze, sono consapevoli di non esserlo tutte allo stesso modo, o nelle stesse collocazioni sociali e simboliche. Per noi il ‘simbolico’ non è certo fuori dalla storia, ma radicato pienamente nel sociale. Ciò che ci accomuna sono i valori condivisi, non l’anatomia o la somiglianza biologica. Sappiamo di non essere né Una, né la stessa – ma di differire tra di noi in mille modi. Allo stesso tempo condividiamo le esperienze del nostro vissuto, fatto di discriminazioni sociali ed esclusioni, ma anche di grande ricchezza e diversità femminile e Lgbtq+.

Forse l’aspetto più problematico di come il dibattito è stato posto finora in questa strumentalizzazione del femminismo dei fratelli (senza sorelle?) d’Italia a scopo elettorale è come si colloca nel contesto attuale, nel terreno di scontro internazionale fra idee sulla famiglia, la sessualità, l’uguaglianza e il genere. 

Nel tentativo di forgiare un’immagine pubblica più “moderna” e rivolgersi a un’audience più ampio al di là del loro tradizionale collegio elettorale maschile, i partiti di destra hanno infatti mobilitato sempre più le questioni di genere: in tutte le elezioni in corso nel mondo la destra quest’ anno metterà in gioco la cosiddetta “ideologia di genere” contro le rivendicazioni femministe e Lgbtq+, in difesa dei valori patriarcali, considerati come l’essenza della civiltà occidentale.

Il femminismo è un movimento di massa senza capi e senza tessere di partito, ma soprattutto che appartiene ai/alle attiviste/i che lottano per trasformare i rapporti di potere, non solo per parificarli. Il femminismo è un movimento trasformativo, non solo egalitario. Si basa su principi fondamentali, che sono etici ancor prima di diventare politici: la solidarietà, per esempio, tra donne, ma anche con il popolo Lgbtq+. E anche solidarietà intersezionale cioè tra classi, razza, etnicità, religione, generazioni ecc. Molteplici strati di differenze che si arricchiscono e si rinforzano a vicenda.

Quindi, come tante femministe tutt’altro che illuse rivendico la matrice anti-fascista del femminismo europeo e pertanto non voterò di certo la Meloni.

Ha collaborato al testo Allegra Salvadori

 

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